martedì 23 giugno 2009

Catechesi - una esperienza

Sin da settembre a tutte le celebrazioni abbiamo avvisato, anche con cartelli studiati per attrarre l’attenzione dei piccoli, che domenica 12 ottobre (domenica IV di Luca, in cui si legge la parabola del Seminatore) sarebbe iniziato il Catechismo. Si sono iscritti 7 bambini in età scolare, che hanno partecipato abbastanza assiduamente.

Gli incontri si sono svolti ogni sabato con questo semplice schema: giochi nell’attesa che arrivassero più o meno tutti; spiegazione dell’icona del giorno; prove di un canto; partecipazione al Vespro (impegnando i bambini – secondo le loro capacità – a leggere qualcosa o nel servizio liturgico); giochi nell’attesa che tutti i genitori venissero a riprendere i figli. Con l’arrivo del Triodio si è aggiunta la spiegazione (pochi minuti), sabato dopo sabato, di una Beatitudine e poi di un Comandamento.

Il 25 aprile, il 1 maggio e il 2 giugno (approfittando della vacanza) abbiamo organizzato una intera giornata in montagna (in una base degli scout e con la loro collaborazione).

Sabato 6 giugno, vigilia di Pentecoste, due bambini (8 e 9 anni) hanno fatto la “Prima confessione” e la domenica, dopo la comunione alla Liturgia, sono stati al centro di una piccola festa – con un regalino pure a tutti gli altri bambini del Catechismo – alla quale potevano invitare i loro amichetti cattolici.

Possiamo dire d’aver ottenuto pienamente gli scopi prefissi:

1. dare ai nostri bambini una qualche istruzione religiosa ortodossa;

2. farli diventare amici tra loro;

3. avvicinare tra loro le famiglie (1 italiano-greca; 2 rumene; 1 italiano-rumena; 3 italiano-ucraina);

4. dare qualche ora di “libertà” alle stesse famiglie (!);

5. non privare i nostri bambini, che vivono in un ambiente a stragrande maggioranza cattolico, dei momenti d’aggregazione (e festa) di cui godono tutti gli altri loro coetanei.

Sacramenti

La parola sacramento significa un “qualcosa di giuridicamente sacro”, quale il servizio militare: sebbene sia stato con autorevolezza usato dal beato Agostino, questo termine non rende pienamente il significato della parola greca mistirion, e perciò anche nella cristianità occidentale ormai da tempo si preferisce parlare di Misteri (per quanto l’italiano mistero nell’uso comune sia incomprensibile, enigma o rebus).

Per Mistero si intese innanzi tutto un segreto da rivelare solo agli iniziati; in seguito (Platone), la iniziazione alla verità più profonda della filosofia; in ambiente greco-giudaico si intese poi una qualche realtà celeste scorta da profeti ma da rivelare solo alla fine dei tempi; con san Paolo, infine, l’intera economia della salvezza: nascosta dai secoli, rivelata in Cristo, vissuta nella Chiesa, risplendente nella parusia del Signore. Il Sacramento principale, il Mistero per eccellenza è dunque Cristo, e la Chiesa che è il suo corpo.

Per evitare una comprensione soltanto giuridica o ritualistica (o, peggio, magica) potremmo perciò dire che ogni Mistero è un modo in cui noi ci uniamo perfettamente a Cristo. Per esempio: la Confessione è il modo in cui, con il perdono, torniamo a far parte pienamente della Chiesa, che è il Corpo di Cristo, dalla quale ci eravamo separati \ allontanati con il peccato; il Matrimonio e il Sacerdozio sono i modi in cui noi partecipiamo all’opera creatrice e salvatrice; ecc. Oppure potremmo dire che ogni Mistero è un fatto, un avvenimento che trasforma la nostra vita: moriamo immersi nell’acqua e risorgiamo a una nuova vita, così che non siamo più noi a vivere, ma è Cristo che vive in noi; mangiando il Corpo di Cristo e bevendo il suo Sangue, il nostro corpo mortale si nutre d’immortalità trasformandosi man mano; “bombardati” dalle divine e increate Energie, da uomini che siamo, tendiamo a diventare dèi, ecc.

Va notato che la cristianità occidentale ha ormai abbandonato da tempo la catechesi settenaria e, per esempio, parla di un unico Sacramento o Mistero dell’iniziazione cristiana (anche se - di fatto – Immersione, Crismazione e Comunione avvengono in tre tempi separati), con la curiosa conseguenza che detta ripartizione rigidamente settenaria sopravvive solo tra alcuni teologi ortodossi ancora influenzati dalle (vecchie) dottrine dei Latini.

Concordanza biblica

Si indica tra parentesi quadre l’edizione in lingua italiana e – quando non esiste – il corrispondente libro delle Bibbie in uso nella cristianità occidentale, anche se il testo può essere a volte molto differente.

Genesi = [in Il Pentateuco, edizioni Dehoniane]

Esodo = [idem]

Levitico = [idem]

Numeri = [idem]

Deuteronomio = [idem]

Gesù di Navì = Giosuè

Giudici = Giudici

Ruth = Ruth

I Regni = I Samuele

II Regni = II Samuele

III Regni = I dei Re

IV Regni = II dei Re

I Paralipomeni = I Cronache

II Paralipomeni = II Cronache

I Esdra = -

II Esdra = Esdra

Neemia = Neemia

Tovit = Tobia

Giuditta = Giuditta

Esther = Ester

I Maccabei = I Maccabei

II Maccabei = II Maccabei

III Maccabei = -

(IV Maccabei) = -

Salmi = [Il Salterio della Tradizione, edizioni Gribaudi]

Proverbi di Solomone = Proverbi

Ecclesiaste = Qoelet

Cantico = Cantico dei cantici

Sapienza di Solomone = Sapienza

Sapienza di Sirach = Siracide

Osea = Osea

Amos = Amos

Michea = Michea

Gioele = Gioele

Avdia = Abdia

Giona = Giona

Naum = Naum

Avvacum = Abbacum

Sofonia = Sofonia

Aggheo = Aggeo

Zacharia = Zaccaria

Malachia = Malachia

Isaia = Isaia

Geremia = Geremia

Varuch = Baruch

Pianti di Geremia = Lamentazioni di Geremia

Lettera di Geremia = -

Ezechiele = Ezechiele

Daniele =Daniele

Per quanto riguarda Vangeli, Atti, Epistole e Apocalisse, si può usare una qualsiasi traduzione interlineare (per esempio, quella di A. Bigarelli per il Nuovo Testamento, a cura di P. Beretta per Edizioni San Paolo, che in nota spesso tiene conto anche del testo liturgico).

Si benedicono \ indicano i Doni?

La risposta al quesito liturgico non è priva di conseguenze sul piano teologico.

Il sacerdote dovrebbe pronunciare l’ànafora nella tipica posizione “dell’orante” (lodevolmente conservata dai Latini). I manoscritti attestano che, all’anafora, anche i fedeli stavano nella stessa posizione, secondo espliciti inviti del diacono (Levate in alto le mani) o del sacerdote (Levate in alto le mani e il cuore), ma non hanno alcuna “benedizione” o “designazione” dei Doni.

Una prima distinzione - per così dire, tipografica – del racconto dell’Istituzione dell’Eucaristia dal resto dell’anafora appare quando il canto del Santo comincia a coprire la voce del celebrante durante la preghiera. E come se questi dicesse al coro: Almeno a questo punto, smettetela… Appare anche – tanto in Occidente che in Oriente – una certa “drammatizzazione”, probabilmente allo stesso scopo di dare un segno al coro, e così – per esempio – in alcuni manoscritti della Liturgia di Giacomo si dice che il sacerdote prende il pane e dice: Prendete… prende il calice e dice: Bevetene tutti…

Molto più tardi, alcuni testi editi in Occidente spiegano che – al racconto dell’Istituzione – il diacono indica con l’orario i Doni, finché si finisce col trovare la rubrica: il diacono, insieme al sacerdote, indica… Questa rubrica è passata in quasi tutti i libri a stampa - anche in Edizioni ortodosse - che forse sono ancor oggi in uso; fortunatamente, è scomparsa nell’ultima edizione ufficiale dello Ieratikon (Apostolikì Dhiakonìa, Athina, 2002). Dopo il 17° secolo infine, ma solo in testi per l’uso degli Uniati, appare la rubrica relativa a una “benedizione”, un segno di croce che il sacerdote dovrebbe fare mentre dice lo benedisse…, rubrica che non pare sia mai stata recepita nel mondo ortodosso.

domenica 21 giugno 2009

Gli edifici sacri

“I primi cristiani si riunivano nelle catacombe”: è una invenzione di romanzieri cattolici polacchi del XIX secolo, consacrata nel XX secolo da Hollywood. Gli ambienti adattati al culto sono tutti dell’epoca in cui alcune catacombe iniziarono a essere mèta di pellegrinaggi.

“I primi cristiani si riunivano nelle case private”: non esiste alcuna testimonianza a proposito. L’edificio del genere più antico (ante 256) – a Dura Europos – si presenta già come una grande sala ad hoc, con vasca battesimale sormontata da baldacchino, decorazioni parietali, ecc.

“I primi cristiani usarono le basiliche romane”: non è stata sinora individuata alcuna basilica civile trasformata in luogo di culto (del resto, la vita doveva pur continuare).

La dominazione araba

Al 636 risale la conquista di Gerusalemme, e al 698 quella di Tunisi; attorno all’anno 700 la conquista islamica dell’Ifriqiya è completata; tutto l’esarcato romano d’Africa è in mano araba. Eppure, proprio in quegli anni san Gregorio d’Agrigento si reca in pellegrinaggio a Cartagine, per venerare le reliquie di san Giuliano, e poi a Tripoli di Siria, per visitare il Martyrion di San Leonzio, e infine a Gerusalemme, dove sarà ordinato dal patriarca Macario. Eppure, attorno all’845 sant’Elia il Nuovo (di Enna) trova a Tunisi un vescovo (Pantoleo), sacerdoti e chiese. Eppure, è della fine del X secolo l’africano Calendario latino (!) conservato al Sinai. Eppure, è del 1076 una iscrizione cristiana (in latino!) trovata presso Sfax. Eppure, ancora della fine dell’XI secolo sono le iscrizioni cristiane ritrovate a En Ngila, Ain Zara, ecc.

I primi Saraceni e Berberi misero piede in Sicilia nell’827 e - nonostante ripetuti tentativi dell’Esercito romano di contrastarne l’avanzare – solo nel 962 riuscirono a presentarsi nella Regione di Demenna (la Sicilia centrale-tirrenica), ma nel 1038 il grande generale Giorgio Maniakis liberava Siracusa, la capitale dell’Isola.

Saraceni e Berberi arabizzarono senza dubbio la popolazione (cioè: la sottoposero al tributo dovuto dagli “infedeli”), ma in quella manciata d’anni avrebbero avuto il tempo, come affermano tanti sedicenti storici, di cancellare tutti i monasteri e qualsiasi altra presenza cristiana e d’impiantare – addirittura una Civiltà araba? Ma mi faccia il piacere, diceva Totò.

I santi "negri"

Non sono poche le immagini (per lo più statue) di Madonne nere: di fattura dozzinale, in genere realizzate in legno di castagno o comunque scuro già di suo, la cui vernice si è naturalmente ossidata nel tempo e anche per il depositarsi del fumo resinoso dell’incenso e del nerofumo di candele (chissà quante di sego) e di lampade (alimentate da olio di certo non raffinato ma anche da grassi vari). Alla fine del 19° secolo appaiono invece immagini di santi volutamente rappresentati come neri (anzi proprio negri); primo tra tutti, san Calogero del Monte Cranio e, poi, san Filippo il Cacciaspiriti.

Tale scelta fu dettata da un marchiano errore. Conoscendo poco o niente il greco e ancor meno la paleografia, alcuni storici locali, anziché leggere che san Calogero era di CHALKIDHON (Calcedonia), lessero che era di KARCHIDHON (Cartagine), e ne dedussero che era africano: da qui, a pensare che era neronegro, il passo è breve. Confondendo poi san Calogero con san Filippo, anche questo santo – alla fine del 19° secolo – cominciò a essere raffigurato come neronegro. La stessa sorte toccò – sempre tra la fine del 19° secolo e la prima metà del 20° - ad altri, come san Cipriano (questo sì di Cartagine), e persino al beato Agostino di Tagaste.

Su tale scelta iconografica influì certamente la massiccia attività missionaria della cristianità occidentale nell’Africa nera del 19° secolo, ma forse ancor di più influì la febbre del colonialismo che - proprio alla fine del 19° secolo - colpì la neonata Italia (con Governi alla ricerca d’un “posto al sole” dove sbarazzarsi dei briganti e dei cafoni del Sud). Anche negli più sperduti paesi della Calabria e della Sicilia, la Faccetta nera del santo patrono svolgeva così una subliminale attività promozionale: Faccetta nera… quando saremo vicini a te, noi ti daremo un altro Duce e un altro Re…