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giovedì 12 novembre 2009

La Preghiera dell’Olio

Sotto influsso della sacramentaria latina non pochi ortodossi considerano la Preghiera dell’Olio come un Viatico, una Estrema Unzione da imporre “in articulo mortis”, ai moribondi. Questa mentalità \ prassi, s’era stabilita tra i Latini dopo il XVI secolo, dopo Trento, ed era fondata su una lettura restrittiva di Giacomo V 14, anche se contraddetta delle stesse rubriche (il malato è presente, in chiesa, a una lunga ufficiatura: decisamente non è un moribondo!). Questa mentalità \ prassi dai Latini stessi è stata però abbandonata sin dalla seconda metà del secolo scorso: i Latini parlano ormai di Unzione genericamente degli infermi, e non di rado la celebrano in forma collettiva, proprio come si fa nelle parrocchie di tradizione greca al Grande Mercoledì, riferendosi a tutte le infermità (del corpo e dell’anima), anche se – correttamente - a chiare lettere affermano che l’Unzione degli infermi non è una “alternativa” al sacramento della Confessione (o Penitenza). A quegli ultimi mohicani che invece continuano a considerare, alla vecchia moda latina, la Preghiera dell’Olio come una Estrema Unzione, va fatto sapere che:

- molti Typika antichi prescrivono detta celebrazione al compimento delle quattro quaresime, in particolare alla fine della Grande Quaresima: nel Typikon del Monastero della Piena-di-Grazie è prevista al Sabato di Lazzaro, nel cod. Sinaiticus 981 è indicata per tutti i primi giorni della Grande Settimana, ecc.

- nei monasteri russi ancora nel XVI secolo si celebrava sia il Grande Mercoledì che il Grande Sabato;

- l’uso è attestato a Mosca ancora nel 1667;

- ancora nel XIX secolo la Preghiera dell’Olio si celebrava ogni Grande Sabato nella cattedrale di Odessa (in memoria della battaglia di Sebastopoli !);

- ancora agli inizi del XX secolo, ogni Grande Mercoledì, si celebrava sicuramente nella cattedrale di Santa Sofia a Novgorod, nella cattedrale dell’Assunzione in Mosca, e nella Laura della Trinità.

Nella pratica conservata nelle Chiese di tradizione “greca” resta però da chiarire se l’Olio possa essere portato dai fedeli nelle loro case (si è sempre certi dell’uso che ne faranno?) e se le unzioni possano essere estese anche agli eterodossi (trattandoli come infermi nell’anima perché d’altra fede?)

mercoledì 14 ottobre 2009

La concelebrazione

In questi ultimi mesi, in Grecia si è riaccesa la polemica a proposito della celebrazione con gli eretici. Il problema non è di facile soluzione, perché l’odierna cristianità occidentale distingue nettamente tra celebrazione dei sacramenti (anzi, in senso stretto: dell’Eucaristia) e preghiera in comune. Posto il “dogma” (peraltro discutibile) che abbiamo tutti lo stesso Dio, ritiene lecita – anzi raccomandabile – la preghiera insieme a chiunque abbia una qualsiasi fede in una qualunque Entità superiore: di per sé, anche con gli atei (alcuni dei quali, per esempio, in fin dei conti credono nel Futuro glorioso e progressivo dell’Umanità).

Nella moderna cristianità occidentale, poi, il concetto stesso di eresia è piuttosto fumoso, poiché nell’ultimo quarto del secolo scorso si è imposta con prepotenza l’idea pirroniana che non esista la Verità, ma che esistano tante, diverse verità. In pratica, dalla mentalità occidentale è oggi scomparso il principio logico per cui se A è oggettivamente vero, B è falso, e si è imposto il principio soggettivo per cui se per Pietro è vero A e per Paolo è vero B, vuol dire che tanto A quanto B sono veri in sé.

Gli ortodossi, invece, sembrano più fedeli al principio aristotelico (!) del tertium non datur, e sono portati a considerare eresia tutto ciò che non appartiene (o si ritiene non appartenga) alla tradizione della Chiesa ortodossa: non solo il dogma in senso stretto ma anche semplici usanze o prassi canoniche [è un po’ buffo, ma alcuni considerano eretico – “non ortodosso” - persino l’uso delle candele steariche]; attenendosi poi (anche inconsapevolmente) all’etimologia, considerano Liturgia qualsiasi azione della Chiesa, e (peraltro correttamente) non distinguono tra preghiera privata e preghiera ufficiale.

Il problema si complica anche perché i Cànoni citati dai teologi ortodossi - sia contro che a favore della Preghiera in comune – non tengono conto (né potevano tener conto, all’epoca in cui furono redatti), di un certo “stato di fatto” dei nostri tempi. Per fare un esempio: ammesso (ma, come si suole dire, non concesso) che Nestorio fosse eretico, sono oggi eretici quanti chiamiamo “nestoriani”? I Copti e gli Etiopi di oggi sono “eretici” o piuttosto hanno tradizioni (liturgiche, musicali, iconografiche, ecc.) semplicemente diverse da quelle delle Chiese di tradizione romana?

“Chiesa locale”

L’ecclesiologia occidentale (moderna) identifica la Chiesa Cattolica con la Chiesa di Roma Antica, in quanto retta dal Papa, con una “inversione di prova”: anziché dire che il Papa è cattolico perché fa parte della Chiesa Cattolica, si afferma che la Chiesa è cattolica perché dipende dal Papa. L’espressione “Chiesa locale” è poi usata come sinonimo del tradizionale lemma diocesi, e la stessa ecclesiologia sostiene che ogni singola Chiesa locale (diocesi) non è “cattolica” in sé, ma solo per partecipazione, in quanto cioè fa parte della Chiesa Cattolica retta dal Papa [Come dire: Firenze non è una città italiana in sé - per la sua storia cultura arte ecc. - ma solo perché è una prefettura del Governo italiano].

Espressioni come la Chiesa particolare di Tessalonica, la Chiesa locale di Corinto, ecc. in questi ultimi anni si sono diffuse anche in alcuni ambienti ortodossi, probabilmente ignorandosi che la tradizione teologia ortodossa da sempre afferma che ubi episcopus, ibi Ecclesia: ogni “diocesi” è la Chiesa Cattolica, non una Chiesa Cattolica tra tante; ogni “diocesi” è la Chiesa cattolica e non un pezzo della Chiesa Cattolica. La cattolicità della Chiesa di Filippi non è data dall’appartenenza a una più vasta struttura, ma dal fatto che il vescovo di Filippi insegna nell’ortodossia la Parola della verità, dal fatto che i cristiani di Filippi aderiscono pienamente alla ortodossa Fede cattolica. Allo stesso modo, senza confondere il piano storico con quello teologico, la Chiesa di Veria – per esempio - è apostolica non perché fondata (?) dall’apostolo Paolo, ma perché i cristiani di Veria aderiscono alla ortodossa Fede apostolica.

Atto ed Essenza

“Simile alla vista di un arco, come è nella nube nei giorni di pioggia: questa la visione, simile alla Gloria del Signore. Vedo, e cado sulla mia faccia, e ascoltai la voce di chi parlava”. Si riporta questo passo per fare notare che

a. Ezechiele (1, 28) non vede la Gloria del Signore, ma vede una visione, un “qualcosa” che a lui sembra somigliare alla Gloria del Signore;

b. nelle Bibbie in italiano comunemente usate, si impiega sempre (qui e ovunque), rigorosamente il minuscolo; per esempio: vidi la gloria del Signore;

c. nelle stesse, non di rado la Gloria diventa un glorioso: per esempio, vidi il Signore glorioso;

d. nelle stesse, quasi sempre, in nota c’è questa spiegazione: La gloria di Dio, cioè Dio stesso.

L’uso del minuscolo non è quindi una scelta “tipografica”, ma conseguenza della identificazione tra Atto ed Essenza. Si ignora – di fatto – la dottrina delle divine e increate Energie divine: la Gloria è una delle Energie di Dio (uno degli Atti di Dio) ma non è Dio; non si da’ la stessa risposta al chi è Dio e al come opera Dio. Forse a causa di questa “ignoranza” è da attribuire la tendenza, nel pensiero occidentale, a ridurre le epifanie divine a delle “espressioni poetiche” o – peggio – a descrizioni di fenomeni naturali, fisici, materiali, più o meno spiegabili razionalmente.

venerdì 3 luglio 2009

Riti orientali e occidentali

La distinzione nasce probabilmente da un pre-concetto: per motivi ideologici, alcuni storici – figli dell’Illuminismo francese – hanno immaginato l’esistenza di un Impero romano d’Occidente, distinto e separato dall’Impero bizantino (detto anche, nel migliore dei casi, Impero romano d’Oriente). I due Imperi avrebbero così avuto due tradizioni liturgiche diverse. Ci sarebbe così un Rito bizantino (greco, con le caratteristiche d’un imprecisato, esotico Oriente) e un Rito latino, che avrebbe “il meglio” del genio latino: la incisività della lingua latina, la sobrietà latina, ecc.

Letture bibliche

Spesso, durante le celebrazioni, capita di sentire alcune letture che differiscono anche di molto dalle più diffuse Bibbie in italiano.

Il motivo di tante vistose differenze è che in italiano sono diffuse Bibbie basate pressoché esclusivamente sul cosiddetto “testo masoretico”, una versione in ebraico dell’Antico Testamento che risale al III secolo dopo Cristo e che è stata fissata da rabbini ebrei a partire dal IX secolo dopo Cristo (principali manoscritti: X\XI secolo dopo Cristo). Del testo canonico, invece, esistono in italiano solo pochi brani sparsi nei 4 volumi dell’Anthologhion (edizioni LIPA), il Pentateuco (ed. Dehoniane) e il Salterio (ed. Gribaudi): per di più, si tratta di edizioni piuttosto costose (e non del tutto prive di soluzioni discutibili). Le Bibbie comunemente in commercio rispondono ad alcuni criteri indicati nel 1965 dalla Conferenza Episcopale Italiana (eufonia della frase, cura del ritmo, ecc.) e “utilizzando il testo fissato in epoca moderna mediante un lavoro critico” (come testualmente dice l’introduzione a La Bibbia di Gerusalemme, ed. Dehoniane).

E’ lapalissiano, però, che un testo fissato in epoca moderna – per quanto “scientifico” – scarti il testo ricevuto dai Padri: è come ristrutturare il Colosseo per farne una multisala o come sbarazzarsi d’un Caravaggio per comprare un poster. Altrettanto evidente che il concetto di “moderno” è quanto mai vago: un qualsiasi computer, dopo pochi mesi è considerato antidiluviano. Qualsiasi “lavoro critico”, poi, di per sé non è mai definitivo. Ecco perché si rendono necessarie sempre nuove edizioni, ognuna presentata sempre come “nuovissima versione dei testi originali”.

Qualsiasi “lavoro critico”, infine, forse può essere utile (?) a qualche studioso, ma non corre il rischio di sovvertire o annullare la tradizione? C’è il rischio di proporre un testo elaborato in provetta: in fin dei conti, un OGM, un prodotto sintetico al posto del prodotto naturale. In fin dei conti, la Fede non è un prodotto di laboratorio (apparentemente asettico ma non si sa quanto tossico) ma un “deposito” ricevuto, ereditato dagli Apostoli, dai Martiri, dai Padri, dall’esperienza della Chiesa tutta. Giova a proposito rileggere alcuni passi del Commonitorio di san Vincenzo di Lerino:

“Cos'è il deposito? E’ ciò che ti è stato affidato, non lo hai trovato; tu l'hai ricevuto, non l’hai fatto tu. Non è frutto di ingegno personale, ma di dottrina; non è per uso privato, ma appartiene alla tradizione pubblica. Non è uscito da te, ma è venuto a te: tu non sei l’autore, ma il semplice custode; tu non sei il maestro, ma l’alunno; non devi guidare, ma seguire. …

Se si comincia a mescolare il nuovo con l'antico, ciò che è estraneo a ciò che è familiare, il profano con il sacro, in breve questo disordine si diffonde dappertutto, e nella Chiesa nulla resta intatto, inalterato, integro, senza macchia; dove prima c’era il santuario della verità pura e incorrotta, proprio lì ci sarà soltanto un bordello di infami e osceni errori. …

Le novità di parole di cui parla l’Apostolo sono le novità in contrasto con la tradizione e l'antichità; la loro accettazione implica la totale violazione della fede dei santi Padri, porta a dire che tutti i fedeli di tutti i tempi - tutti i santi, gli asceti, i confessori, i martiri - per un gran numero di secoli hanno ignorato, sbagliato, bestemmiato, senza sapere quel che dovevano credere.”

Il monastero

Il monastero è un luogo in cui un tale vive monos, da solo: è una affermazione lapalissiana ma che, di recente, nel reggino ha persino provocato dolorosi equivoci, evidentemente dettati da sesquipedale ignoranza. Che non di rado riecheggia anche in accreditati studi storici.

Per Monastero, infatti, non bisogna intendere il Convento della cristianità occidentale: come suggerisce il nome, il primo di per sé è l’abitazione di un singolo, mentre l’altro è un edificio in cui con-vengono più persone: il Convento (per lo più, urbano) è sempre uno stabile – più o meno grande – unitario nella sua struttura, accanto a una chiesa (o che ha una chiesa al suo interno).

La “tipologia” invece del Monastero ortodosso è quanto mai varia; si può avere:

1. una struttura in cui vive un singolo o in cui vivono più persone, a volte (non necessariamente) addossata o vicino a una chiesa;

2. più strutture, in ognuna delle quali vive un monaco (o più monaci), nelle vicinanze di una o più chiese (come un villaggio più o meno grande, e che a volte può assumere l’aspetto di un piccolo paese con le sue frazioni e case sparse);

3. un agglomerato di strutture, in qualche modo collegate tra loro, attorno a una chiesa principale, i cui abitanti si ritrovano – nel corso dell’anno – per alcune celebrazioni e pasti in comune, in occasione delle feste (in Occidente, vi somigliano i Monasteri certosini);

4. un agglomerato di strutture comuni, in qualche modo collegate tra loro attorno a una chiesa principale, i cui abitanti si ritrovano quotidianamente per le celebrazioni e i pasti (in Occidente, vi somigliano i grandi Monasteri di tipo benedettino); per esigenze difensive, in passato, questo e il tipo 4 spesso si circondò di mura (come del resto molti villaggi).

Abbiamo parlato di “strutture” anziché “case”, perché – un tempo - il Monastero poteva essere una costituito da una cascina; una qualsiasi grotta o addirittura un cimitero a grotte (vedi Pantalica di Siracusa); una torre abbandonata; un Kàthisma o un Mitàton (un Comitatum, un’antica stazione per bivacchi dell’Esercito romano), una o più capanne o “baracche”, ecc. Nei documenti s’incontrano i più vari nomi, che spesso indicano più il genere di vita, che il tipo di struttura: Lavra; Efchitirion (casa-di-preghiera); Isichastirion (casa-di-tranquillità); Kathisma (v.s.); Kalivi (di per sé, capanna: di solito si intenda genericamente una piccola struttura monastica); Kellìon (di per sé, la cella, la stanzetta in cui dorme il monaco: di solito si intenda c.s.); Kinovion (Cenobio); Skiti (Scete), ecc. E’ necessario ricordare l’esistenza dei metochia: dipendenze (in genere, a fini agricoli) d’un Monastero: il “Monastero di Santa Lucia” presso Reggio dove per qualche tempo visse sant’Elia con il suo maestro Arsenio, in realtà era un metochio (forse, il mulino) del monastero di Santa Lucia. Metochio che poteva essere anche molto distante dal Monastero: il Monastero di Santa Caterina nella penisola del Sinai aveva un Metochio a Messina (e a tutt’oggi ne ha in Grecia, nel Libano e in Turchia).

Le diverse tipologie sono da ricordare per non correre negli errori presenti in quasi tutti gli studi storici: è del tutto inutile e fuorviante, per esempio, discutere se il Monastero dei Santi Elia e Filareto fosse a Palmi oppure a Seminara: poteva benissimo essere sia a Palmi che a Seminara (ovvero: i ruderi individuati nell’uno o nell’altro posto potrebbero essere niente altro che quelli di una delle sue strutture). Ancora più inutile accapigliarsi (come è stato fatto) per stabilire – addirittura – i confini del Merkurion: una “regione monastica” che poteva benissimo estendersi dalla Piana di Gioia Tauro sino al Pollino.

martedì 19 maggio 2009

Il Grecanico

K. Lampryllos, in Una tragica beffa, riedito da L’âge d’homme, Lausanne, 1987, con il titolo La mystification fatale, già nella prima metà del XIX secolo avanzava l’ipotesi che la presunta discendenza del grecanico (la “lingua greca” dell’Italia Meridionale) direttamente dal greco antico, omerico, fosse del tutto ideologica, “politica”. Gli studiosi dell’epoca avrebbero esaltato la sopravvivenza di termini arcaici nel Grecanico (che peraltro si riscontrano oggigiorno anche nel Neogreco dei marciapiedi d’Atene) per due motivi:

1 tenere lontani i Romani dell’Italia Meridionale dalla voglia d’indipendenza che a quell’epoca infiammava i Romani della Rumelia (la terra dei Romani), della Cappadocia, del Peloponneso, ecc.

2 nascondere il ruolo della Chiesa (ortodossa) nella sopravvivenza della lingua e della identità nazionale.

Per quanto riguarda il punto 2, c’è da dire che – in effetti – la lingua greca sopravvive in Italia Meridionale, nonostante il genocidio operato dai Normanni, finché e dove è rimasta viva la tradizione romano-ortodossa.

Per quanto riguarda il punto 1, si sa quanto le Potenze occidentali temessero che le insurrezioni contro i Turchi prima, e la dissoluzione dell’Impero ottomano poi, portassero alla nascita di un grande Stato Romano, naturale alleato del potente Impero russo, se non – addirittura - alla rinascita d’uno sterminato Impero Romano, che sarebbe andato dall’Alaska al Mediterraneo. Si provi a mettere insieme tutti i territori che nel XIX secolo erano sotto l’influenza della Russia e tutti i territori che erano più o meno sotto l’influenza della Costantinopoli ottomana (e densamente abitati da Romani: si pensi ad Alessandria): sarebbero restati “fuori” solo la penisola iberica, gli staterelli della penisola italiana, Francia, Germania e Inghilterra (Stati tutti - per giunta - religiosamente in conflitto tra loro), nonché il Regno di Napoli dove però “troppo” forti e popolari sarebbero state le simpatie per il rinato Impero romano (senza tener conto degli interessi commerciali: Palermo è senza dubbio più vicina ad Alessandria che a Lisbona; Reggio può vendere più seta a Damasco che a Dublino).

Si vedano in questa ottica le amorose cure che le Potenze occidentali prestarono al capezzale del Grande Malato, l’Impero ottomano morente; il terrore delle stesse al pensiero che un Cesare (lo Csar) potesse tornare a Costantinopoli e che un patriarca ortodosso tornasse a celebrare a Santa Sofia (a proposito, vedi G. Croce, La Badia Greca di Grottaferrata, Città del Vaticano 1990). Si spiega così persino la glaciale indifferenza delle Potenze occidentali per la Catastrofe dell’Asia Minore, nel 1922. E la data 6 settembre 1955 ricorda qualcosa?

Vero è che - per confondere le acque - le Potenze occidentali chiamarono ufficialmente Romanìa la Dacia, e Grecia la Rumelia. La confusione è così riuscita che a noi stessi è molto difficile usare il termine romani per indicare… i Romani: per esempio, il termine romanico - dal 1818 (grazie al francese M. De Gerville) - comunemente si usa per indicare lo stile dell’Europa occidentale (barbarica) dei secoli XI\XIII. E quegli studiosi che - per indicare i Romani - usano il termine Romei, non si rendono conto (forse) che esso comunemente vuol dire soltanto pellegrini diretti a Roma (Antica).

Scisma dell'Oriente

Per rendersi conto di quanto sia stupido questo modo di dire, basta dare un’occhiata all’atlante. Il 16 luglio 1054 (data del supposto Scisma d’Oriente), quando il cardinale franco-germanico Humbert de Moyenmoutier scomunica l’arcivescovo di Costantinopoli a nome del (defunto!) papa Leone X (il franco-germanico Bruno di Dagsburg), l’influenza del papato è pressoché insignificante: si può dire che essa non va oltre i confini dello “Stato” germanico: parte dell’attuale Germania, parte dell’attuale Francia e il centro-nord dell’attuale Italia. Per di più, il papato è privo di autonomi poteri (è scelto dall’Imperatore germanico), già da tempo era iniziata la girandola di papi e antipapi e, infine, la cristianità occidentale era travagliata da movimenti ereticali e nel pieno di quel che gli stessi storici occidentali chiamano “secolo oscuro”.

In ogni caso, da una parte abbiamo alcune Chiese del centro-nord Europa - del solo Patriarcato di Roma Antica - e dall’altra tutte le Chiese del Patriarcato di Nuova Roma, del Patriarcato di Antiochia, del Patriarcato di Alessandria e del Patriarcato di Gerusalemme (nonché Copti, Etiopi, Armeni, Caldei, ecc.). Non è più corretto quindi parlare di Scisma dell’Occidente oppure di Scisma dall’Oriente?

Riti orientali e occidentali

La distinzione nasce probabilmente da un pre-concetto: per motivi ideologici, alcuni storici – figli dell’Illuminismo francese – hanno immaginato l’esistenza di un Impero romano d’Occidente, distinto e separato dall’Impero bizantino (detto anche, nel migliore dei casi, Impero romano d’Oriente). I due Imperi avrebbero così avuto due tradizioni liturgiche diverse. Ci sarebbe così un Rito bizantino (greco, con le caratteristiche d’un imprecisato, esotico Oriente) e un Rito latino, che avrebbe “il meglio” del genio latino: la incisività della lingua latina, la sobrietà latina, ecc.

lunedì 18 maggio 2009

Letture bibliche

Spesso, durante le celebrazioni, capita di sentire alcune letture che differiscono anche di molto dalle più diffuse Bibbie in italiano.

Il motivo di tante vistose differenze è che in italiano sono diffuse Bibbie basate pressoché esclusivamente sul cosiddetto “testo masoretico”, una versione in ebraico dell’Antico Testamento che risale al III secolo dopo Cristo e che è stata fissata da rabbini ebrei a partire dal IX secolo dopo Cristo (principali manoscritti: X\XI secolo dopo Cristo). Del testo canonico, invece, esistono in italiano solo pochi brani sparsi nei 4 volumi dell’Anthologhion (edizioni LIPA), il Pentateuco (ed. Dehoniane) e il Salterio (ed. Gribaudi): per di più, si tratta di edizioni piuttosto costose (e non del tutto prive di soluzioni discutibili). Le Bibbie comunemente in commercio rispondono ad alcuni criteri indicati nel 1965 dalla Conferenza Episcopale Italiana (eufonia della frase, cura del ritmo, ecc.) e “utilizzando il testo fissato in epoca moderna mediante un lavoro critico” (come testualmente dice l’introduzione a La Bibbia di Gerusalemme, ed. Dehoniane).

E’ lapalissiano, però, che un testo fissato in epoca moderna – per quanto “scientifico” – scarti il testo ricevuto dai Padri: è come ristrutturare il Colosseo per farne una multisala o come sbarazzarsi d’un Caravaggio per comprare un poster. Altrettanto evidente che il concetto di “moderno” è quanto mai vago: un qualsiasi computer, dopo pochi mesi è considerato antidiluviano. Qualsiasi “lavoro critico”, poi, di per sé non è mai definitivo. Ecco perché si rendono necessarie sempre nuove edizioni, ognuna presentata sempre come “nuovissima versione dei testi originali”.

Qualsiasi “lavoro critico”, infine, forse può essere utile (?) a qualche studioso, ma non corre il rischio di sovvertire o annullare la tradizione? C’è il rischio di proporre un testo elaborato in provetta: in fin dei conti, un OGM, un prodotto sintetico al posto del prodotto naturale. In fin dei conti, la Fede non è un prodotto di laboratorio (apparentemente asettico ma non si sa quanto tossico) ma un “deposito” ricevuto, ereditato dagli Apostoli, dai Martiri, dai Padri, dall’esperienza della Chiesa tutta. Giova a proposito rileggere alcuni passi del Commonitorio di san Vincenzo di Lerino:

“Cos'è il deposito? E’ ciò che ti è stato affidato, non lo hai trovato; tu l'hai ricevuto, non l’hai fatto tu. Non è frutto di ingegno personale, ma di dottrina; non è per uso privato, ma appartiene alla tradizione pubblica. Non è uscito da te, ma è venuto a te: tu non sei l’autore, ma il semplice custode; tu non sei il maestro, ma l’alunno; non devi guidare, ma seguire. …

Se si comincia a mescolare il nuovo con l'antico, ciò che è estraneo a ciò che è familiare, il profano con il sacro, in breve questo disordine si diffonde dappertutto, e nella Chiesa nulla resta intatto, inalterato, integro, senza macchia; dove prima c’era il santuario della verità pura e incorrotta, proprio lì ci sarà soltanto un bordello di infami e osceni errori. …

Le novità di parole di cui parla l’Apostolo sono le novità in contrasto con la tradizione e l'antichità; la loro accettazione implica la totale violazione della fede dei santi Padri, porta a dire che tutti i fedeli di tutti i tempi - tutti i santi, gli asceti, i confessori, i martiri - per un gran numero di secoli hanno ignorato, sbagliato, bestemmiato, senza sapere quel che dovevano credere.”

Chiesa e Società

Un osservatore esterno nota con meraviglia che, negli Stati a maggioranza ortodossa, nelle processioni l’incarico di portare l’icona della festa è quasi sempre affidato a militari, che la bandiera ha sempre un posto d’onore in chiesa, che all’autorità civile (dal sindaco al presidente della Repubblica) è spesso dato di dire Credo e Padre Nostro a nome di tutti i presenti, ecc. Il comune turista (e non solo!) finisce col formulare accuse di “cesaropapismo”.

La “sinfonia” tra Chiesa e società civile, invece, ha molte e diverse cause. Innanzitutto, il clero sposato: in uno Stato a maggioranza ortodossa, anche l’ateo incallito è padre, figlio, fratello, nipote… di un prete, e la forte diffusione dell’ideale ascetico fa sì che tutti abbiano in famiglia un monaco. Il monaco, poi, è più un “laico” che un “chierico”: non è separato dalla vita comune del contadino, dell’artigiano, ecc. La presenza, magari in ogni famiglia, di un diacono, di un sacerdote, di un monaco e, perché no? di un vescovo, ha fatto sì che usi “religiosi” si siano radicati come usanze popolari (si pensi alla pratica del digiuno) e viceversa.

Secondariamente, l’Oriente (non solo cristiano) per fortuna non ha conosciuto la Rivoluzione francese e i guasti dell’Illuminismo (e di tutti gli ismi) sono penetrati in Oriente solo come indigesto prodotto d’importazione dall’Occidente (dal Comunismo, al Nazismo e al Laicismo).

Tra i guasti dell’Illuminismo c’è senza dubbio, la confusione tra Nazione e Stato (confusione che ha purtroppo portato alla nascita di Chiese nazionali), ma – comunque – tutti gli Stati a maggioranza ortodossa sono nati dalla Chiesa, grazie all’opera della Chiesa. Mentre l’Italia, per esempio, è nata contro la volontà della Chiesa, la Grecia è nata grazie alla Chiesa: non solo furono ecclesiastici e monaci a mantenere viva la lingua, la cultura, l’identità nazionale, ma essi stessi per primi incitarono (e presero parte attiva) all’insurrezione che portò alla nascita della Grecia moderna.

Molti altri motivi si possono indicare: la “sinfonia” tra Chiesa e società civile è però frutto, in modo precipuo, del dogma di Calcedonia: chi sa che Cristo non è un dio apparso in forma umana, né un uomo divinizzato, ma il Theanthropos, sente – prima ancora di credere – che la Chiesa stessa è incarnata, che non ci deve essere contrasto (agostiniano) tra Civitas mundi e Civitas Dei. Non per niente, il dogma di Calcedonia è espresso in greco con una sola parola (Theanthropos), così come una sola parola si usa per chiamare Theotokos la Vergine Maria, mentre in italiano si è costretti a dire, rispettivamente, Dio-Uomo e di-Dio-genitrice: la “distinzione” grafica finisce col produrre un’inconscia “separazione” mentale.         

domenica 10 maggio 2009

sabato 4 aprile 2009

L'Epistolario di Gregorio Magno

Non c’è pagina di storia del V\VI secolo (e di conseguenza, anche del prima e del dopo) che non sia in qualche modo fondata sull’Epistolario di Gregorio Magno. La sterminata mole di Epistole attribuite a quel grande pontefice, suscita però molti interrogativi:

1.       Non esiste alcun originale autentico di alcun documento pontificio anteriore al pontificato di Adriano I: quale grado di attendibilità hanno dunque le epistole gregoriane?

2.      L’Epistolario stesso è conosciuto attraverso copie di molti secoli dopo: quanto è fede degno?

3.      Il numero stesso delle Epistole gregoriane, è in sé compatibile con i “tempi tecnici” della Cancelleria pontificia, con i “servizi postali” dell’epoca (anzi, di quell’epoca così tormentata)?

4.      Esiste qualche traccia delle Epistole? Ovvero: Si sa se questa o quella fu veramente spedita, ricevuta e – soprattutto - recepita? In genere, ognuna di esse è risposta a un quesito: abbiamo dunque la “risposta” ma nessuna traccia della “domanda” indirizzata alla Cancelleria pontificia.

5.      Come mai s’è conservata la “minuta” e non c’è traccia alcuna, in nessuna parte del mondo, del documento ufficiale? E’ mai possibile che si sia conservata la “velina”. ma che nessuna Curia abbia conservato l’Epistola ricevuta?

6.      Gli istituti giuridici attestati nell’Epistolario erano conosciuti all’epoca? Vale a dire: come mai nelle Epistole gregoriane si parla di usi (Concessione del Pallio, Visita ad Limina, ecc.) che però paiono comparire molti secoli dopo?

7.      Perché mai – in quei tragici anni – la Cancelleria pontificia si occupa così tanto di problemi tutto sommato frivoli e, soprattutto, delle proprietà terriere?

8.     Come mai nell’Epistolario si parla di personaggi altrimenti sconosciuti (o il cui nome è attestato in altra epoca, anteriore o posteriore che sia, vedi il caso di san Gregorio d’Agrigento)?

Come mai nell’Epistolario si parla di località (per esempio, una Blanda in Calabria) – e persino Diocesi (per esempio, una Carini di Calabria o Sicilia) – la cui esistenza c’è altrimenti sconosciuta? E’ mai possibile che tante Diocesi – e persino città intere - appaiano e scompaiano nell’arco di circa 45 mesi soltanto, quanto durò il pontificato gregoriano?

Pentarchia e Filetnismo

La fine dell’Impero romano, poi l’ateo Illuminismo francese, e infine la identificazione napoleonica tra “Stato” e “Nazione”, ha prodotto nella Chiesa l’aberrante prassi che ha portato alla nascita di tante Chiese nazionali (sic), in definitiva statolatriche. Non di rado, infatti, dette strutture non sono nate per una reale esigenza del popolo, ma sono state costituite nel XIX secolo spesso da governanti massoni e pur sempre da autorità esterne alla Chiesa. Per esempio, la nascita del Patriarcato di Bulgaria è segnata (1870) da un firmano del sultano Abdul Aziz; nel 1833 a “Capo” della Chiesa Greca fu posto il re bavarese Otto di Wittelsbach, per giunta neo-convertito (?) e minorenne, ecc.

Nonostante il Filetnismo sia stato riconosciuto come eresia, non sono poche le strutture che si oppongono alla prassi tradizionale della Chiesa, espressa dal concetto di Pentarchia. Ai nostri giorni persistono così situazioni del tutto anticanoniche (per esempio, la presenza di più vescovi ortodossi nella stessa città), paradossali (vedi il caso della scomparsa Cecoslovacchia, 150mila fedeli) e anacronistiche (l’isola di Creta è autonoma) e che in definitiva indeboliscono la missione della Chiesa nel mondo moderno. E si veda anche il caso della scismatica Chiesa di Skopje (sedicente di Macedonia).

E’ fuor di dubbio che lingue, usanze e tradizioni locali debbano essere rispettate, è fuor di dubbio che la Chiesa debba “incarnarsi” nel territorio, è fuor di dubbio che - per qualche tempo e particolari motivi – alcune Chiese possano aver bisogno di uno statuto di autonomia o autocefalia, come l’ebbe, per esempio, Siracusa o Ravenna. Ma hanno senso – oggi – “patriarcati”, autonomie e autocefalie giustificate solo dall’esistenza d’un particolare Stato (laico)?