giovedì 20 agosto 2009

Avvisi di Agosto

Celebrazioni a Reggio - Agosto

Sabato 1 ore 8.30, benedizione dell’acqua; ore 19, Vespro

Domenica 2 ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia; ore 19, Supplica

Lunedì 3 ore 19, Supplica

Martedì 4 ore 19, Supplica

Mercoledì 5 ore 19, Vespro

Giovedì 6 Metamorfosi ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia; ore 19, Supplica

Venerdì 7 ore 19, Supplica

Sabato 8 ore 19, Vespro

Domenica 9 ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia; ore 19, Supplica

Lunedì 10 san Lorenzo ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia; ore 19, Supplica

Martedì 11 ore 19, Supplica

Mercoledì 12 ore 19, Supplica

Giovedì 13 ore 19, Supplica

Venerdì 14 ore 19, Veglia

Sabato 15 transito della Tuttasanta ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia; ore 19, Vespro

Domenica 16 ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia

Lunedì 17 Sant’Elia il Nuovo ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia

Sabato 22 ore 19, Vespro

Domenica 23 San Nicola il Siculo ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia

Venerdì 28 ore 19, Veglia

Sabato 29 il Precursore ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia; ore 19, Vespro

Domenica 30 ore 8.30, Mattutino - divina Liturgia

Taverna greca

A Reggio, in pieno centro (via del Torrione 35), Suvlaki e Sirtaki è un ambiente intimo con autentica cucina greca. E’ consigliabile assicurarsi che ci sia posto: 0965 324 393 oppure 393 962 076.

martedì 18 agosto 2009

Sant’Efrem il Siro: Giona e i Nineviti

(Sintesi di una omelia)

Il profeta Giona, appena salvatosi dai denti del cetaceo, uscì dal mare e iniziò a predicare agli abitanti di Ninevì, ch’erano idolatri. Iniziò a predicare la conversione, come gli aveva ordinato Dio. Suggerì di pentirsi, altrimenti la grande città di Ninevì sarebbe stata distrutta. Il severo monito del profeta atterrì i Nineviti. Si sgomentò quella potente città, fu scossa da capo a fondo. Si spezzò il cuore del popolo e dei governanti, perché era persa la città e ogni speranza.

Ascoltano i regnanti la voce del profeta e tremano; così tanto si umiliano che, gettati via i loro diademi, niente altro vogliono che convertirsi.

Ascoltano i principi e gridano; si tolgono le vesti lussuose e si coprono di umili stracci.

Ascoltano gli anziani, e per l’afflizione si coprono il capo di cenere.

Ascoltano i ricchi, e svelti spalancano i loro forzieri ai poveri.

Ascoltano gli usurai, e all’istante strappano le cambiali.

Ascoltano i debitori, e corrono a pagare i loro debiti.

Ascoltano i ladri, e in fretta restituiscono il maltolto ai proprietari.

Ascoltano i giudici, e fanno finta che i delinquenti non abbiano commesso crimini, condonando ogni cosa. Ascoltano gli assassini, e confessano i loro delitti, né si rifiutano di presentarsi ai giudici. Ma anche i giudici ascoltano, e perdonano, perché in questo indescrivibile tumulto nessuno ha più il coraggio di condannare.

Ascoltano i peccatori, e confessano le loro malvagie azioni.

Ascoltano i servi, e maggiormente rispettano i loro padroni.

Ascoltano i ricchi e le persone importanti, e abbassano la cresta.

In breve, ognuno iniziò a pensare alla propria salvezza e a supplicare Dio. Nessuno volle più il male del prossimo; ora tutti volevano una sola cosa: guadagnarsi l’anima. Tutti seminavano amore per mietere perdono!

Il profeta Giona fu inviato a Ninevì come medico, e il medico ripulì le ferite e applicò il farmaco adatto a chiudere le piaghe; come bisturi usò la sua voce ammonitrice. Non chiamò a qualche modifica: chiuse proprio la porta della speranza, perché – spaventati – smettessero dalle brutture che provocano le malattie spirituali. La Grazia di Dio non aveva mandato Giona per distruggere la città, ma per trasformare la città.

Ninevì ascoltò il suo monito profetico e ritornò sulla retta via della vita, in digiuno e preghiera, dimostrando quanto coraggio dia rifugiarsi in Dio, perché egli cambia la sua decisione.

Hanno fine i sontuosi banchetti dei potenti… Che dico? Persino i lattanti smettono di allattare: gli altri, come potrebbero ricercare pranzi prelibati? Gli animali non vanno più all’abbeveratoio: e gli uomini, come potrebbero bere vino? Il re si veste di sacco: e gli altri, come potrebbero vestire eleganti? Le donne di strada rinsaviscono: e chi penserebbe più a fidanzamenti e nozze per i propri figli? Gli sbandati, per paura, si danno una regolata: e quali labbra potrebbero più muoversi al riso? Tutti piangono e gemono: chi potrebbe ancora cercare divertimenti? I mascalzoni denunciano le loro stesse malefatte: dove trovare più delinquenti? La città sta per essere distrutta: chi pensa più a custodire la propria casa?

A terra si vedono disseminati gioielli, e tutti li scansano. Le casse sono spalancate, e nessuno vi si avvicina. I libertini chiudono gli occhi per non guardare con desiderio le bellezze muliebri, e le donne si coprono per non far inciampare gli uomini.

Ognuno cerca d’aiutare il prossimo, avvantaggiando se stesso, per potersi tutti salvare. Ognuno incita l’altro alla preghiera e alla confessione. Ognuno sta attento a che nessuno dei suoi familiari cada in peccato. Tutta la città, insomma, è diventata un solo corpo. Nessuno piange per salvare se stesso, ma supplica per la salvezza di tutti. Tutti, come un sol uomo, sono in pericolo di sparire, di essere distrutti. I giusti pregano per i peccatori, e i peccatori gridano a Dio perché ascolti i giusti.

Raccogli il tuo spirito, fratello mio, e osserva come tutti vivevano in grande lutto. Il cuore straziato dei fanciulli gettava tutta la città nello sconforto. Il continuo urlo dei bambini spezzava il cuore dei padri. Gli anziani si strappavano i capelli: al vederli, i giovani levavano alti lamenti. Si vedevano morire tutti insieme, nello stesso istante; pensavano che avrebbero dovuto seppellirsi a vicenda.

Da mattina a sera contavano i minuti che li separavano da ciò che Giona aveva minacciato: “E’ passato un giorno! Ancora poco! Ecco la fine!”

Il bambino chiede al babbo: “Dimmi, a che ora l’Ebreo ha detto che tutti scenderemo vivi nell’ade? Quando sparirà la nostra bella città? Quando saremo annientati?” Il babbo, trattenendo a stento le lacrime, per non far morire il figliolo dalla disperazione prima del tempo, lo consola dicendo: “Non aver paura, amore mio. Fatti coraggio! Il Signore ci vuole molto bene. Non abbandonerà la sua creatura. Il pittore assicura e protegge con attenzione l’immagine inanimata, e l’ama come un figlio: il Signore custodirà la sua animata e razionale immagine. No, non distruggerà la nostra città! Il profeta, con la sua minaccia vuole solo chiamarci a conversione. Ricordi, piccolo mio, quante volte ti ho bastonato? Vedi come è stato utile? La punizione ti ha reso più saggio e consapevole. Come un padre, ora il Dio filantropo ci minaccia col suo bastone, per mettere paura ai suoi figlioli e farli rinsavire, Punisce, ma non fa morire. Illumina e guida alla conversione. Consolati, figlio, e smetti di piangere: la nostra città non sparirà…”

Così i Nineviti, consolando con queste parole i loro figli, senza volerlo erano profeti. Erano davvero profeti: la penitenza li rese profeti a loro insaputa; perciò non smisero di piangere e gemere. Consumarono in digiuno e incessanti preghiere i pochi giorni predetti per la catastrofe.

Esce il re dal Palazzo, e tutta la città trema atterrita, vedendolo vestito di sacco.

Il re vede la città piombata nel lutto, e i suoi occhi si annebbiano. Piange la città sul re, vedendo il suo abbattimento; piange il re sulla città vedendone l’afflizione. Il pianto e il gemito spezzano anche le pietre.

A confronto di quella dei Nineviti, la nostra penitenza è solo un sogno, un’ombra che in fretta va via e svanisce. Chi di noi prega in quel modo? Chi di noi supplica con la stessa intensità? Chi si umilia così incredibilmente di fronte a Dio? Chi cambia così radicalmente le proprie azioni occulte o palesi? Al solo ascolto d’un avviso, chi si pente dei suoi peccati sì da struggersi e spezzare il cuore? Chi ha cambiato testa solo per aver ascoltato una parola? Chi mai, sentendo una minaccia, s’è fissato in mente il ricordo della morte? Chi si è presentato pentito innanzi al filantropo Dio?

Tutti insieme fanno lutto, perché tutti hanno sentito che i loro giorni sono del tutto alla fine. Tutta la città piange perché sta sprofondando viva nell’ade.

Il re aduna l’esercito e con le lacrime agli occhi dice: “Quante battaglie abbiamo vinto! Quante volte avete trionfato con me, battendovi da prodi contro i nemici! Ora però non dobbiamo affrontare una solita guerra. Abbiamo sottomesso popoli e nazioni, e ora corriamo il rischio di essere sottomessi da un Ebreo insignificante! Il nostro potente grido di battaglia ha fatto tremare condottieri e regni, ma ora la voce di questo piccolo uomo ci incute così tanto timore? Abbiamo raso al suolo molte città, e ora nella nostra città comanda uno straniero! Ninevì, madre di giganti, dentro le tue stesse mura sei piombata nel caos per la presenza di un solo Ebreo! Sul mondo intero ruggiva la leonessa, Ninevì! E ora contro di lei ruggisce un Giona qualunque. Non stiamo inerti, compagni, in questa difficile ora; non abbattiamoci come ragazzine. Quando si affronta virilmente il pericolo, si guadagna sempre: chi resta in vita trionfa, e chi muore sarà esaltato come forte e maschio atleta. Forza, dunque! Resistiamo con coraggio, lottiamo con forza. Se vinceremo, se moriremo, dietro di noi lasceremo un nome glorioso. Abbiamo udito che il giudizio di Dio colpisce i malvagi e li guida a dovere, mentre la sua filantropia elargisce salvezza. Avremo perciò timore del suo giudizio, affinché aumenti il suo amore; se placheremo la giustizia di Dio, otterremo l’abbondanza della sua misericordia. Non ignoriamo Giona. Non prendiamo alla leggera il suo annuncio. Davanti a tutti lo ho interrogato a fondo, per saggiare le sue parole; l’ho strapazzato ma non c’è cascato; l’ho minacciato ma non si è intimidito; gli offerto soldi, e mi ha disprezzato; gli ho puntato contro la spada, e se ne è fatta un baffo: minacce e promesse non l’hanno piegato dalle sue convinzioni. La sua parola è stata per noi come uno specchio. Abbiamo visto che in lui dimora il Dio che ci rinfaccia le nostre azioni malvagie. E’ venuto tra noi come un medico coscienzioso, che non nasconde la verità al malato. Non si fa scrupolo di spiegare che c’è bisogno di un intervento chirurgico. Come pensare che è falso il profeta che minaccia sciagure? Fosse stato bugiardo, avrebbe parlato in modo diplomatico, con apparente gentilezza. Se ci avesse parlato di vittorie e di pace, avremmo potuto sospettare che si tratti d’uno scroccone, che ci profetizza qualcosa di buono perché si aspetta regali e vantaggi. Ma costui dalle nostre mani non ha accettato neppure un tozzo di pane: digiuna e prega. Forse che voglia ardentemente la distruzione della nostra città perché non sia smentita la sua profezia? Opponiamoci a lui digiunando e pregando anche noi: in vero, non lui ma noi abbiamo peccato! Amici miei, la nostra città non sarà distrutta dal profeta, ma la distruggeremo noi, con le nostre opere cattive. Il nostro nemico non è Giona; c’è un altro nemico, invisibile, furbissimo: è lui che dobbiamo combattere con coraggio. Abbiamo sentito parlare delle lotte del giusto Giobbe: è nota la sua prova, per cui come una tromba risuonò in tutto il mondo la sua vittoria sul diavolo. Se il diavolo lotta così duramente contro i giusti, come ancor peggio non lotterà contro di noi peccatori? Abbiamo vinto regni in guerra: con la nostra conversione, ora dobbiamo vincere Satana! Avanti! Misuriamoci con lui! Togliete la corazza e indossate un sacco; scartate le frecce e rifornitevi di preghiera; mollate la spada e impugnate la fede; spezzate lo scudo e proteggetevi con il digiuno! La nostra vittoria su Satana sarà la nostra più grande vittoria. In tutte le guerre sono stato sempre in prima fila: anche ora sarò alla testa di tutti voi!”

A queste parole, i soldati abbandonano le armi e si vestono di sacco, come il re; ora si veste umilmente chi prima indossava uniformi sgargianti.

Il re mandò araldi per chiamare tutta la città a penitenza, dicendo: “Ognuno abbandoni le sue cattiverie, affinché questa battaglia non sia vanificata e oscurata. Il ladro restituisca quel che ha rubato. Il dissoluto rinsavisca. Il collerico sia calmo. Nessuno nutra odio. Nessuno imprechi. Nessuno perseguiti o insulti il prossimo: se noi perdoneremo gli errori degli altri, Dio perdonerà le nostre colpe. Avanti, dunque! Alle armi del digiuno e della preghiera! Lottiamo tutti insieme, con forza e coraggio, per la nostra salvezza!”

Con queste parole il re incitò il popolo all’amore, alla fede, alla speranza: sono armi potenti e procurano sollievo e gioia. Così, il figlio del gigante Nevroth abbandonò la selvaggina e, anziché andare a caccia di bestie selvatiche, uscì ad abbattere le sue passioni. Al posto delle belve, catturò i feroci peccati; lasciando perdere gli animali della selva, lottò contro il peccato che aveva dentro di sé. Scese dalla sua sontuosa carrozza; si aggirò a piedi per tutta la città; chiamò tutti a penitenza; attraversò Ninevì da capo a fondo e s’adoperò per ripulirla dall’immondizia del peccato

Giona vide l’incredibile cambiamento: stupì che i Nineviti si fossero pentiti più rapidamente degli Israeliti. Vide che i figli di Chanaan erano giustificati per fede, mentre i figli di Abramo tradivano Dio. Vide che Ninevì si pentiva amaramente, mentre Sion si prostituiva freneticamente. Vide i peccatori di Ninevì rinsavire, e le figlie di Giacobbe darsi alla perdizione. Vide che a Ninevì i ladri proclamavano la verità, mentre in Sion falsi profeti, con l’inganno, trascinavano il popolo verso l’idolatria. A Ninevì abbattevano pubblicamente le statue, e a Gerusalemme di nascosto le adoravano. Ninevì diventava un tempio di Dio e a Gerusalemme il Tempio si era trasformata in un covo di briganti.

Giona vide che i Nineviti avevano messo cervello ed erano più timorati di Dio. Con le sue minacce egli aveva tolto la speranza, ma il digiuno li aveva rinforzati e aveva promesso la vita. Il profeta vide la penitenza, e temette che la sua predicazione dovesse risultare falsa. Egli contava i giorni e le notti prima della catastrofe, ma i Nineviti esaminavano piuttosto i loro peccati, trovandosi tremanti davanti alle fauci, alle porte dell’ade. Aspettavano la giusta collera di Dio, ma non smettevano di sperare nella sua sconfinata misericordia. Erano convinti che Dio è di grande misericordia, e spande il suo amore e la sua misericordia su chi si converte. Sapevano che il profeta è duro, ma che Dio è un amico; abbandonavano perciò la durezza e si rifugiavano nel Misericordioso. Egli agita il suo bastone per intimorire, non per spaccare la testa; per correggere, non per ammazzare. Continuavano quindi a digiunare e a pregare senza sosta.

Nei loro occhi non si asciugano mai le lacrime di pentimento. La lingua mai si stanca d’impetrare la misericordia divina. Passano dalla penitenza al digiuno, dal digiuno alla purificazione e alla saggezza. La grazia di Dio vide tutto, si mosse a compassione dei Nineviti e inviò su di loro la vivificante pioggia del suo affetto. Il Signore, che è filantropo, buono, ricco di misericordia, non vuole la morte del peccatore ma il suo ritorno, la sua conversione, la sua salvezza.

E venne il giorno della totale distruzione. La città è colma di pianto. La polvere delle strade è impastata da un fiume di lacrime. Il babbo desta il figlioletto, per piangere insieme la loro amara morte. I vecchi e le vecchie vanno a piangere tra le tombe, cercando un morto che seppellisse i morti. Le grida di lutto arrivano al cielo. Ognuno nell’angoscia chiede all’altro: “A che ora Dio ha deciso di farci scendere tutti insieme all’ade? Come arriverà su di noi la morte?”

Comincia a farsi sera. I Nineviti stanno immobili al loro posto di morte, tenendosi per mano, piangendo uno sull’altro. Si chiedono in quale istante sentiranno risuonare la voce dello sterminio. Sono certi che quella sera la città sarà distrutta.

Strano! Arriva la sera e ancora nulla hanno sentito. Pensano allora che saranno consegnati al caos nella notte. Ma giunge la notte, e niente! Aspettano: certamente all’alba saranno perduti. Arriva l’alba, ma non arriva la sciagura. Proprio quando credevano che non sarebbero rimasti più in vita, la speranza si trasforma in certezza, e la certezza in gioia. La cupa atmosfera si fa luminosa e festante. Tutti insieme, con parenti e amici, non sanno come esprimere la loro gioia, come dare gloria a Dio che li ha risparmiati, che ha accettato il loro pentimento.

Giona stava a seguire gli avvenimenti da lontano, temendo di essere accusato di falso: ma la sua profezia non si era avverata: perché il buon Dio, vedendo le lacrime di pentimento dei Nineviti, ebbe pietà e fece rivivere la città morta; erano infatti come morti, aspettando quella fulminea e atroce morte. Ora li rendeva viventi la speranza e la gioia: avevano visto che l’ira di Dio s’era mutata in misericordia. Caddero in ginocchio pregando, le mani levate al cielo per rendere grazie a Dio che in modo inatteso li aveva salvati dalla morte e nella sua misericordia aveva loro donato la vita.

Giona invece, incredibilmente, era afflitto: se i Nineviti erano salvi, lui era un bugiardo! Vedendolo così, tutti gli danno pacche amichevoli sulle spalle, dicendo: “Non tormentarti, Giona! Sta’ lieto: grazie a te abbiamo scoperto una vita nuova; grazie a te abbiamo conosciuto Dio, nostro creatore e padre. Non temere: non ti sei dimostrato bugiardo, perché davvero è stata distrutta la nostra malvagità ed è stata edificata la nostra fede. Con le tue ammonizioni abbiamo trovato il pentimento e nel tesoro della misericordia di Dio tutto quel che serve alla nostra salvezza. Giona, che guadagno avresti avuto dalla distruzione della nostra città, se fossimo morti tutti? Che vantaggio avresti avuto, figlio d’Amathì, se l’ade ci avesse inghiottito tutti? Sei afflitto proprio tu che ci hai guarito dal male? Noi ti ringraziamo come benefattore! Perché sei abbattuto? Hai faticato perché la città non andasse a perdizione, ma giungesse alla conoscenza di Dio! Perché sei dispiaciuto? La penitenza ci ha salvato! Ora tu devi essere incoronato come vincitore; devi essere traboccante di gioia: hai fatto gioire gli angeli in cielo e anche tu in terra devi gioire, perché Dio stesso gioisce in noi!”.

venerdì 7 agosto 2009

San Nicodemo dell'Athos: La Magia

(sintesi de La cristiana etica dei cristiani)

Conviene a quanto dirò tra poco che io prenda in prestito il lamento del profeta Geremia, per gridare anch’io con dolore: “Chi darà ai miei occhi una fonte di lacrime, per piangere amaramente notte e giorno sul popolo cristiano?” (Ger 9, 1). Chi non piangerà, invero, vedendo che il Figlio di Dio, con la sua morte in croce, ha vinto tutti i demoni, mentre i cristiani, con magie varie, li rendono di nuovo vincitori e trionfanti? Chi non verserà lacrime amare al pensiero che il nostro Signore Gesù Cristo ha riscattato dalla tirannia del diavolo il mondo e i cristiani, mentre i cristiani, con la magia, riportano il diavolo nel mondo e di nuovo lo prendono a loro dominatore?

E’ lacrimevole o no il presente stato dei cristiani, visto che essi, con magiche arti e satanici sotterfugi, in sostanza fanno rivivere il culto dei demoni? In pubblico adorano il vero Dio, ma in privato lo rinnegano e adorano il diavolo. Che imbroglio! Inganno nascosto e fraudolento, che danneggia l’anima e porta alla morte!

Ho deciso perciò di smascherare la menzogna e ammonire i cristiani che non devono darsi alla magia né fare uso d’alcun tipo di magia.

Da quando il diavolo si è allontanato dal Dio unico, è caduto nella molteplicità, diventando multiforme e diviso in molteplici parti. Ecco quindi che le forme del male e delle magie – da lui macchinate e sparse fra i miseri umani – sono svariate, pressoché senza numero.

Eccone le principali forme:

1. Magia propriamente detta. E’ una tecnica, per così dire, con la quale si chiamano i demoni, s’interrogano ed essi rispondono rivelando ora ricchezze ora spiegazioni di sogni, e a volte cose nascoste. Quanti esercitano questa tecnica sono detti “maghi” e sostengono l’esistenza di tre classi di demoni: dell’aria (che ritengono buoni), della terra (sia buoni che cattivi) e degli inferi, cioè sotto terra (malèfici). In realtà, tutti i demoni sono malvagi e operano il male: non sono mai benèfici.

2. Divinazione. E’ praticata dagli indovini. Essi sono servitori dei demoni; utilizzano il palmo della mano o qualche offerta o falsi impiastri o altri illeciti mezzi. Gli indovini dicono che possono conoscere il futuro.

3. Incantesimo. E’ praticato dagli incantatori. E’ così detto dai “canti” (pianti) che fanno tra le tombe, quando chiamano i demoni e chiedono loro di nuocere a qualcuno, paralizzandolo, accecandolo, facendolo insomma ammalare. Soprattutto, essi fingono di far uscire i morti dall’ade! Degli incantatori fanno parte anche quelli che “vedono” fantasmi vari tra le tombe e le scoperchiano, col pretesto di dare fuoco ai vampiri. Alcuni di questi uomini, chiamati stregoni, alle suppliche rivolte ai demoni mischiano salmi di David e i nomi dei santi, di Cristo, della Madre di Dio.

4. Venefìci. Chi fa venefìci prepara certe bevande “drogate”, per fare morire qualcuno oppure oscurargli la mente o procurargli qualche passione carnale. A essi si rivolgono specialmente le donne, per sedurre e attirare l’uomo che desiderano.

5. Auspici. Gli auspici affermano di predire il futuro dal modo in cui volano gli uccelli o dal verso degli animali. A essi appartengono anche i superstiziosi, i quali badano a chi incontrano, specie quando stanno per partire o vanno a pesca, insomma quando stanno per intraprendere qualcosa. Essi credono specialmente alle carte, ai portafortuna, al destino, ai presagi, al malocchio, ai sogni. Considerano alcuni giorni fausti e altri infausti – come il martedì, per esempio – e temono d’iniziare qualsiasi cosa nei giorni infausti. Credono che porti male portare il braciere nelle case dei vicini; venerano la luna nuova; credono alle nereidi (sirene) e ai folletti. Essi stanno attenti alle reazioni fisiche del loro corpo, e dicono: “Questo, significa questa cosa”, se per esempio prude la mano, o tremano le palpebre, oppure fischia l’orecchio. Quando costruiscono una casa oppure si mettono a fare una barca, macellano - nelle fondamenta o sulla carena - un uccello, o una pecora o un altro animale, presentando così un’offerta sacrificale al diavolo.

6. Astrologia. L’astrologo dice che l’ispirazione degli atti umani è determinata dal movimento degli astri. Nelle stelle indicano gli istinti dell’animo e nella loro disposizione le varie vicende della vita. Dagli astri, con l’aiuto dei demoni, affermano di predire il futuro, trattando così le stelle come se fossero stravaganti divinità.

7. Amuleti. I fabbricanti di talismani li realizzano avvolgendo fili di seta e scrivendovi nomi demoniaci. Molti li mettono al collo oppure al polso per essere protetti dal male. Come costoro, sono quanti sputano in petto, come per intralciare con lo sputo il malocchio.

8. Falò. Con falò rituali cercano di indovinare il futuro e la sorte di un uomo, con formule varie, invocazioni e cose simili. Cose simili si fanno ancor oggi in molti posti – specie nelle isole – per la natività del Precursore (24 giugno). Di solito si comprendono anche quei bracieri che alcuni accendono davanti ai loro magazzini, per saltarvi poi sopra.

Questi sono i principali tipi di magia. Ve ne sono molti altri. La maggior parte è segnalata nella Sacra Scrittura e nei canoni dei sacri Concili (in particolare, del 6° Concilio Ecumenico).

E’ tempo ormai di dire come sia del tutto inaccettabile che i cristiani facciano qualsiasi tipo di magia. Essa era vietata agli Ebrei, spiritualmente infantili; tanto più è vietata ai cristiani, figli della verità e della grazia evangelica.

Nel Deuteronomio, Dio ordinò agli Ebrei: “Non si trovi tra te uomo che purifichi suo figlio o sua figlia con il fuoco, che eserciti la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia, né chi consulti gli spiriti con incanti o da ventriloquo, né osservatore di prodigi che interroghi i morti” (Deut 18, 10-11). Nel Levitico, in particolare, Dio dispone di non avvicinare alcuno di quelli che praticano tali cose, per non contaminarsi: “Non accostatevi (ai maghi) né contaminatevi con loro; io sono il Signore Dio vostro” (Lev 19, 26. 31).

Dio vieta la magia perché porta alla venerazione, all’adorazione dei demoni, sia chi la pratica che chi la richiede: costituisce perciò peccato mortale. Del resto, le arti magiche non possono dare alcun vantaggio: “Magie e auspici e sogni sono cose vane”, dice la Scrittura (Sirach 34, 5).

Per questo motivo i santi apostoli comandano ai cristiani di non usare alcun tipo di magia: “Non fare magie; non fare incantesimi” (Cost. ap. 7, 9), “State lontano da incantesimi, falò, magie, lustrazioni, auspici, ornitoscopie, necromanzie, evocazioni spiritiche” (2, 62).

Cristiani, riflettete che quando avete ricevuto il santo battesimo, il sacerdote, anzi Cristo stesso vi ha chiesto: “Rinunci al satana, a tutte le sue opere, a ogni suo culto e a ogni sua vanità?” Ciascuno di voi, per bocca del padrino, ha risposto: “Rinuncio”. Non solo al satana, ma “a tutte le sue opere”, “a ogni suo culto” e “ogni sua vanità”. Qual è il “culto” del satana? San Cirillo di Gerusalemme risponde che consiste nelle divinazioni, nei venefici e in tutte le altre forme di magia che abbiamo elencato. Qual è la sua “vanità”? Il santo Crisostomo dice che sono i teatri, gli ippodromi, i falò, e ogni peccato.

Dovete essere dunque consapevoli, fratelli, che vi sarà chiesto conto, nel giorno del Giudizio, della vostra professione di fede e rinuncia.

Sappiate che dovete mantenere perfetto il patto stabilito con Dio. Come potete abbandonare Cristo e rivolgervi a maghi e maghe, cioè al diavolo stesso?

Quelle parole – “Rinuncio al satana, a tutte le sue opere, a ogni suo culto e ogni sua vanità” – siano sempre sulle vostre labbra e nella vostra mente, come freno e impedimento a qualsiasi forma di magia. Quelle parole faranno sì che, quando uscite di casa, non avrete paura dei “brutti incontri” con altri, né di versi e voli d’uccelli, o di altre cose simili. Quelle stesse parole, accompagnate dal segno di croce, faranno sì che non abbiate paura nemmeno del diavolo con tutte le sue diaboliche schiere. Soltanto, non tralasciate di ripeterle sempre o ovunque, come consiglia la bocca aurea di san Giovanni:

“Vi supplico di mantenervi esenti dall’inganno della magia, tenendo queste parole come sostegno. Come non andate mai al mercato nudi o scalzi, così non andate in alcun posto senza dire in continuazione la frase: Rinuncio al satana, a tutte le sue opere, a ogni suo culto e ogni sua vanità. Non varcate mai la soglia di casa senza dire questa frase. E’ la vostra difesa, la vostra arma, la fortezza inviolabile che vi custodisce. Soprattutto, sigillatevi con il segno di croce. In questo modo, non solo un uomo, ma neppure il diavolo stesso potrà toccarvi, vedendovi sempre con queste difese”

Il motivo per cui gli uomini d’oggi sono caduti nelle opere del diavolo, specialmente nella magia, è che non considerano le promesse che hanno fatto a Cristo quando sono stati battezzati: le hanno dimenticate e del tutto spente nella loro memoria e nel loro cuore. Si applicano perciò a loro le parole dette dal Signore: “Quando lo spirito impuro (il demonio) va via da un uomo, si aggira per luoghi deserti cercando dove posarsi, e non lo trova (perché trova riposo solo quando domina l’uomo e lo rende malvagio). Allora dice: Tornerò di nuovo a casa mia (ovvero nel cuore dell’uomo), da dove sono andato via. E quando arriva, trova la casa incustodita, spazzata, abbellita, pronta (ovvero trova l’uomo distratto e pronto a riaccoglierlo). Allora va, chiama altri sette demoni, peggiori di lui, e vi stabilisce la sua dimora, non più da solo. E così la situazione dell’uomo alla fine è più grave che prima (del battesimo)” (Mt 12, 43-45).

Tutti i cristiani che hanno rapporti con la magia, scacciano quindi dal loro cuore la grazia divina, lo Spirito Santo, e vi introducono lo spirito impuro, il demonio. E con l’energia demoniaca compiono ogni sorta di stranezze sataniche. Pertanto, come possono essere e chiamarsi cristiani quanti hanno rapporti con la magia? Cristiani adoratori di satana? Inaudito, impossibile! Come possono andare d’accordo la luce e le tenebre, i figli di Dio e i figli di satana? E’ inutile che uomini simili dicano di essere cristiani. Sono cristiani solo a parole; nei fatti sono traditori di Cristo, infedeli, idolatri, adoratori di satana.

Cosa dichiarano alcuni cristiani? Dicono: Noi ricorriamo ai maghi (cioè ai demoni) perché

a) troviamo guarigione dalle nostre malattie;

b) scopriamo il futuro e altri segreti;

c) avendo timore dei demoni, vogliamo placarli attraverso la magia.

Rispondiamo allora a queste affermazioni:

a) Soltanto Dio guarisce veramente.

Stupido uomo, ti affidi ai maghi per guarire? Credi che davvero il diavolo guarirà la tua malattia? Proprio lui che sin dall’inizio è assassino (Gv 8, 44) e ha dato alla morte tutta la stirpe degli uomini? Non hai visto come i demoni non hanno potuto guarire neppure i loro stessi maghi dalle piaghe inferte loro da Mosé in Egitto (Es 9, 11)? E adesso farebbero qualcosa di buono per te? Se i demoni non hanno pietà della tua anima, dovrebbero prendersi cura del tuo corpo? Ma scherziamo! Per il diavolo non c’è niente di più gustoso che angariare in qualsiasi modo l’uomo. E’ più facile che il fuoco ghiacci e la neve bruci, piuttosto che il diavolo ti guarisca davvero. Egli non può, non vuole e non sa guarirti. Se pensi che egli può, vuole e sa, credi che se Dio non glielo permettesse, da solo non potrebbe fare alcunché.

Fratelli, credete dunque che solo Dio è il vero medico delle anime e dei corpi. Medici e demoni non guariscono davvero: è solo fantasia. E se anche si risolvono a guarire il vostro corpo – col permesso di Dio – sappi che lo guariscono allo scopo di uccidere la vostra anima. Come? Sviandovi dalla fede in Cristo per spingervi a credere in loro. Qual è dunque il vantaggio d’avere qui una temporanea salute e nell’altra vita una dannazione eterna? Meglio perderla, questa salute; meglio perderla, questa vita!

Fratelli miei, il diavolo è un pescatore scaltro assai. Getta una piccola esca e cerca di prendere un pesce grosso. Con gioia vi dà un poco di salute, ma solo per togliervi il paradiso, per farvi dannare in eterno! Per un piccolo problema, come potete mai abbandonare il dolce Cristo (vostro creatore, salvatore e vero medico) per rivolgervi al maledetto diavolo (vostro tiranno e assassino)? Avete il cuore di disprezzare i santi (vostri amici, benefattori, guaritori) per rifugiarvi da maghi e demoni (vostri nemici giurati)? Credete veramente che quel che fa una megera lunatica, una zingara, una maga, non possa farlo Cristo? Credete che carboni, ferri di cavallo e amuleti diabolici non hanno almeno lo stesso potere che la croce, l’acqua consacrata e gli altri terapeutici strumenti della nostra fede? Infelici creature! Generazione incredula e dura di cuore! Ha ragione Cristo di lamentarsi e lagnarsi, esclamando con il profeta Isaia: “Ascolta, cielo, e tu terra sta’ attenta: ho fatto un figlio, l’ho cresciuto ed egli mi ha rinnegato” (Is 1, 2).

Vi prego, fratelli miei, non rattristate Gesù; non dimostratevi anche voi ingrati nei confronti del vostro grande benefattore. Non andate da maghi, maghe, zingare. Se state male, rivolgetevi a Cristo con fede viva, e chiedete a lui la salute. Egli è il vostro padre affettuoso. Se vi ha mandato una malattia, l’ha data per mettere alla prova la vostra pazienza, per incoronarvi di gloria e per vedere se lo amate davvero.

Rivolgetevi anche alla Signora Madre di Dio, che guarisce i malati e consola gli afflitti. Rivolgetevi, infine, ai santi tutti, e supplicateli con fervore. Otterrete così la vera terapia.

Se però non ottenete la guarigione tanto desiderata, se Dio vi lascia tribolare perché ciò è utile alle vostre anime, dovete essere forti lo stesso, e saldi nella fede. Preferite mille volte la morte, piuttosto che andare da maghi, e quindi rinnegare Cristo.

b) Solo Dio conosce i segreti.

Chi vuole conoscere il futuro e altre cose segrete, sappia che solo Dio conosce i segreti e che solo Dio ha precognizione del futuro. Gli angeli e gli uomini a volte sanno qualche segreto, ma non da se stessi: per rivelazione di Dio. Maghi e demoni, essendo ottenebrati e privi di luce divina, non possono conoscere alcun mistero, neppure il futuro dei singoli uomini. L’uomo infatti è auto-determinato: se vuole, inclina al bene; se non vuole il bene, inclina al male. E’ quindi sconosciuto il suo sviluppo e la sua fine. Per questo motivo Dio deride Babilonia, i cui abitanti credevano in astrologi e demoni, dicendo: “Ti salvino ora gli astrologi; prevedano pure, gli osservatori delle stelle, cosa sta per capitarti!” (Is 47, 13)

Certo, i demoni prevedono molte cose, però superficialmente e materialmente, deducendo gli eventi dalle leggi di natura, proprio come molti sapienti o scienziati. Tutto ciò che invece è nel profondo del cuore, lo conosce esattamente soltanto Dio. I maghi intuiscono qualcosa dai movimenti corporei e dal comportamento esteriore. Chi sembra avere precognizioni, sa in modo oscuro, ambiguo, astruso: è questo il motivo per cui i responsi degli oracoli erano equivoci e potevano essere interpretati in modi del tutto contrastanti tra loro.

Vengano ora qui i cristiani che vanno da maghi e maghe per farsi dire il futuro, per farsi interpretare i sogni, per farsi svelare qualcosa come un tesoro nascosto. Venite, e vi dirò quel che un tempo il profeta Isaia disse a Israele: “Idioti, fino a quando zoppicherete con tutti e due i piedi?” Sino a quando crederete a Cristo e agli indovini, cioè ai demoni? Se credete che Cristo, essendo Dio, conosce tutto e che lo svela a chi vuole, perché correte dagli indovini? Se credete che gli indovini hanno la conoscenza della verità, perché adorate Cristo e vi fate chiamare, inutilmente, cristiani? Non sapete che non potete servire a due padroni?

Perché, vi chiederete, a volte avvengono davvero alcune cose predette dai demoni?

a) Poiché non credete fermamente nel Signore, e soltanto in lui, ma nei demoni, Dio permette che avvengano alcune delle cose predette: a causa della vostra incredulità;

b) Perché, andando dai demoni e chiedendo il loro aiuto, vi fate – da soli – schiavi del diavolo, cadete sotto il suo potere, ed egli quindi può farvi quel che vuole. Ma quel che vi dice lo compie come uno scellerato che schiavizza un uomo: se dice che vivrete, vivrete; se dice che morirete, morirete. E’ nelle mani dello scellerato il potere di fare l’una o l’altra cosa.

A proposito, san Giovanni Crisostomo dice: “Immaginiamo un principe che abbandona il Palazzo, va nel deserto e spontaneamente si mette sotto il dominio d’un brigante. Il brigante non può predirgli con certezza se egli vivrà o morirà? Certo che può! Non perché preveda il futuro ma perché è il padrone di quel principe, e ha il potere di farne quel che vuole: sia di ucciderlo che di graziarlo”.

Cristiani, fratelli miei, non credete alla precognizione dei demoni, perché in effetti essi non conoscono niente in anticipo; abbiate fede solo nel Signore: sarà lui a rivelarvi ciò che è utile farvi conoscere.

c) I cristiani non devono temere il diavolo e i demoni.

Cristiani miei, perché con vane magie fate un favore al diavolo? Non ha il potere o la capacità di procurarvi il benché minimo problema. Da quando Cristo si è incarnato, il diavolo ha perso ogni facoltà. Il Signore, il Diouomo, gli ha schiacciato la testa: gli ha lasciato solo la coda ad agitarsi, perché anche i cristiani possano lottare ed essere incoronati vincitori. Adesso può accalappiare l’uomo nel male solo con l’inganno, non da tiranno, come prima. Vale a dire che può suggerirci cattivi propositi, ma con la nostra volontà possiamo accettarli o scacciarli. In pratica, nessuna prova può capitare all’uomo, a meno che Dio non lo permetta. E’ quindi inutile compiacere i demoni con magie, perché non possono fare niente senza il permesso di Dio.

Dopo quel ho detto, è facile capire perché Dio punisce severamente chi ha rapporti con la magia e ne fa uso. Nell’Antico Testamento ha ordinato di lapidare i maghi, quelli che preparano filtri, ecc. (Lev 20, 27). Masse intere di uomini e città grandi, famose, furono condannate alla carestia, allo sterminio, alla scomparsa a causa dei maghi, come Ninevì (Naum 3, 1) o Babilonia (Is 47, 1-8) o la stessa Gerusalemme (Ger 14, 14).

La nostra Chiesa, da parte sua, formula pesanti condanne. Per esempio, il 6° Concilio Ecumenico, l’allontanamento per sei anni dalla divina comunione di quanti si rivolgono ai maghi, di quanti “dicono la sorte”, di quanti fanno fascinazioni. Se perseverano nelle loro malvagie azioni, dovranno essere separati definitivamente dalla Chiesa61). Il Sinodo locale di Ankira stabilisce cinque anni di privazione della divina comunione per quanti fanno entrare in casa i maghi per togliere magie fatte da altri24). Il grande Basilio condanna incantatori e fabbricanti di filtri alla stessa sorte degli assassini, punendoli con venti anni d’allontanamento dalla divina comunione65).

Per proteggersi dalla magia e dalle energie dei demoni, portate tutti al collo la venerata croce: tutti, piccoli e grandi, uomini e donne. I demoni temono la venerata croce e fuggono lontano appena la vedono. San Giovanni di Vosra, che ebbe potestà sugli spiriti impuri, disse che essi temono soprattutto tre cose: la croce, il battesimo e la divina comunione.

[La croce, l’acqua benedetta, ecc. non sono però riti magici, ma hanno efficacia se usati con fede sana, corretta vita spirituale, con la guida della Chiesa. Anche i maghi fanno uso di icone, incenso, ceri, ecc. ma in modo inefficace e soprattutto sacrilego]

Abbiate in casa il vangelo e portatelo anche con voi: naturalmente, leggetelo. In una casa dove c’è il vangelo il diavolo non entra.

Le coppie, per non temere “legature”, prima di sposarsi si confessino, stiano tre giorni in digiuno, celebrino il sacramento del matrimonio insieme alla Liturgia e così ricevano gli immacolati Misteri. Le coppie abbiamo soprattutto fede ferma e incrollabile nel Signore, e lui disperderà le energie dei demoni.

A causa dell’incredulità di alcuni cristiani, i demoni presentano diversi generi di fantasmi, sia tra le tombe che nelle case o altrove: chiamate il sacerdote perché faccia la benedizione dell’acqua e le aspersioni; con la grazia divina, sarà disperso qualsiasi atto demoniaco.

Se un cristiano si appresta a costruire una casa, a fabbricare una barca, ecc., chiami un sacerdote perché compia la benedizione dell’acqua e legga le opportune preghiere della nostra Chiesa.

Maghi e maghe - e chi a loro si affida - non avranno parte nel regno dei cieli. Si perdono il paradiso. Dove andranno a finire? Disgraziati! All’inferno eterno, insieme a infedeli, empi e idolatri (Ap 21, 8). Dirò di più: saranno dannati peggio degli idolatri. Questi sono nati nell’empietà e sono morti nell’empietà; non sono stati battezzati nel nome della santa Trinità; non hanno ricevuto la fede in Cristo. I cristiani, battezzati, figli di Dio per grazia, nutriti con il Corpo e Sangue del Signore, come osano rifiutare, rinnegare, e immischiarsi nella magia?

Per amore di Cristo, per la salvezza della vostra anima, guardatevi, fratelli miei, guardatevi dalla magia! Ve lo ripeto: guardatevi! Non andate da maghi e maghe. In ogni circostanza e per ogni bisogno affidatevi all’aiuto di Dio, alla protezione della Madre di Dio e alle preghiere dei santi. Sarete così liberati da infermità e necessità, e - salvati dalla dannazione eterna - otterrete l’eredità del regno celeste.

mercoledì 5 agosto 2009

Bizantini \ Romani

(spunti tratti da P. Ranson - M. Terestchenko - L. Motte, Storia dello scisma Oriente – Occidente, in La Lumiere du Thabor)

“Bisanzio” non esiste: è una impostura, indegna di storici seri, chiamare “bizantini” coloro che fino alla caduta di Costantinopoli, Nuova Roma, e anche oltre, si sono sempre chiamati “romani”. Non c’è stato scisma [tra Oriente e Occidente] nel senso di separazione di due mondi ma la usurpazione della sede ortodossa di Roma [Antica] da parte di una fazione francofila.

Il termine “greco” non è usato prima dell’8°\9° secolo, nel clima politico e ideologico dell’epoca carolingia: Carlomagno vuole restaurare l’impero romano e a questo scopo gli è necessario negare ogni legittimità all’Imperatore ortodosso, allo scopo di spezzare il legame profondo esistente fra le popolazioni romane di Gallia e Italia e Costantinopoli. Chiamare “greci” i popoli dell’Impero equivale a metterli fuori dall’Occidente e, praticamente, identificarli con i Greci antichi e cioè con i pagani.

Tra gli ortodossi romani dell’Impero quel termine era considerato una vera e propria ingiuria; nel secolo 15° anche un partigiano dell’Unione (l’imperatore Giovanni Paleologo), al Concilio di Firenze, rifiutò come ingiurioso l’epiteto di “greco”.

Lo stesso è da dirsi per il termine “bizantino”. Nessuno si sognerebbe di chiamare i Parigini col nome di Luteziani, così come noi facciamo per gli abitanti di Nuova Roma. Il termine d’altronde è piuttosto tardivo: viene impiegato dagli Illuministi francesi, con valore dispregiativo.

La Storia, nel suo sforzo necessario di rigore e di obbiettività, non ha il diritto di usare una terminologia uscita dalle polemiche più violente dell’epoca carolingia o del 18° secolo. Non sarebbe più giusto chiamare i Bizantini col loro nome, Romani? (Per gli stessi Turchi, il vescovo di Costantinopoli non è il “Patriarca greco” ma il “Patriarca romano”).

Sono state le Potenze occidentali a imporre [ai territori liberati nel 1821] il termine “Grecia”, per separare gli ortodossi continentali dagli ortodossi dell’Anatolia e impedire così ogni rivendicazione territoriale: i Turchi dovevano essere tutelati per ragioni di politica internazionale. Le conseguenze di questa politica furono i massacri in Asia Minore (1923): le truppe francesi ed inglesi assistettero indifferenti allo sterminio delle popolazioni cristiane. La scelta del termine “Grecia” fu combattuta dagli ortodossi.

Contraddizione della scienza storica europea: da un lato afferma che l’Impero romano è diventato “bizantino” perché è diventato “greco”; dall’altro spiega il passaggio dalla civilizzazione greca dell’Impero romano alla civilizzazione bizantina con la perdita del carattere propriamente elleno di questa civilizzazione. Si afferma, paradossalmente, che l’Impero Romano diventa bizantino perché si grecizza e la civilizzazione greca diventa bizantina perché cessa di essere greca!

Sarebbe un vero progresso rifiutare i termini dispregiativi di “Greci” e di “Bizantini”, che non hanno nemmeno il merito di chiarire i fatti storici. Se si ritornasse alla denominazione di Romano e di Romanità ortodossa

- lo storico avrebbe un filo conduttore coerente per considerare la storia del mondo mediterraneo nella sua totalità.

- la storia non dovrebbe cercare una “latinità” che non sempre esiste. Le differenti costruzioni della latinità in Occidente (Carlomagno e successori) sarebbero meglio comprese se fossero studiate come utopie o come ideologie nate per facilitare il dominio [dei Franchi] sulla antica Romanità Ortodossa.

- la lotta dei Romani d’Occidente contro i Barbari potrebbe infine essere studiata in una prospettiva di lunga durata invece di svanire curiosamente dopo i Merovingi. In particolare la volontà dei Romani del Sud Italia, dei Provenzali, degli Aquitani, degli Spagnoli romanizzati, tutti ortodossi, di preservare la loro cultura e la loro fede potrebbe essere studiata in quest’ottica.

L’aspetto storico e l’aspetto teologico sono legati, soprattutto a partire dall’8° secolo, quando il metodo teologico d’Agostino diventa l’ideologia dei Franchi e dei Germani. Lo scisma [del 1054] non è soltanto una rottura, uno strappo nel tessuto cristiano dovuto ad una separazione teologica tra Roma e l’Oriente, ma piuttosto la usurpazione della sede ortodossa dell’antica Roma operata dai Franchi e tendente al rapimento dell’ultimo Papa ortodosso e alla sua sostituzione con un papa germanico.

L’origine lontana [dello scisma], il dato fondamentale che celava in germe le divisioni ulteriori, sono le invasioni barbariche, non tanto per il carattere eretico (ariano) della religione di questi popoli, quanto per la loro incapacità di costituirsi in Stato o almeno di modellare una religione capace di rimpiazzare quella che volevano distruggere. Dopo i primi massacri e grazie alla resistenza eroica di tutto il popolo martire, il progetto di sostituire la Romanità con una Goticità dovette essere abbandonato. Numerosi capi barbari presero gli abiti e i titoli romani per guadagnare un po’ di legittimità presso le popolazioni.

In questo tormentato periodo, oltre al ruolo dei grandi vescovi del 5° e 6° secolo, il patriarca di Roma Antica assume la funzione di Etnarca del popolo Romano d’Occidente. E’ lui che resta in contatto con l’Imperatore di Costantinopoli. Le divisioni interne dei barbari e quel periodo oscuro che fu l’epoca merovingica, assicurarono alla Chiesa una relativa tranquillità: i barbari non potevano accedere facilmente allo stato ecclesiastico e la sinodalità della Chiesa, conforme ai Canoni Apostolici, era rispettata grazie alla grande maggioranza di Romani liberi. Sarà necessario il feudalesimo – un immenso sistema di deportazione e di messa in schiavitù dei Romani - perché i Franchi diventino maggioritari nell’elezione dei vescovi.

Già le scuole monastiche che formavano i vescovi romani, erano state annientate ad opera di Carlo Martello e di Pipino il Breve.

Il Filioque non è una formulazione antica, come generalmente si afferma, che risalirebbe al III Concilio di Toledo. Data invece dalla fine del secolo 7° o dall’inizio dell’8° ed era contestato molto in Occidente all’inizio del 9° secolo dai vescovi gallo-romani: al contrario i Franchi ne facevano il simbolo di una rinascita intellettuale. Il Concilio di Aix la Chapelle è una notevole testimonianza di questa lotta tra elemento romano ed elemento franco. Per prima cosa questo Concilio mette in evidenza il carattere recente del Filioque. In effetti i rappresentanti del Concilio di Aix informarono il Papa che il Simbolo della fede cominciava ad essere cantato con il Filioque nel palazzo di Carlo Magno e che si trattava di un dogma nuovo. Il Concilio di Aix non potè concludere nulla e si divise in due partiti contrari. Carlo Magno, il campione del Filioque, non potè in realtà imporre la sua opinione e il Concilio si sciolse prima della sua fine. Ciascuno dei due partiti fece appello al Papa Leone III che non solo si oppose all’aggiunta del Filioque, ma in più ordinò che il Credo di Nicea – Costantinopoli fosse inciso su due piastre d’argento, in greco ed in latino, nella chiesa di San Pietro. Questa sconfitta di Carlo Magno dimostra che il potere dei Franchi cadeva di fronte all’autorità del Papa ortodosso dell’Antica Roma.

La versione germano-franca dell’incoronazione di Carlo Magno che si trova sui manuali di storia occidentali è una vera mistificazione, poiché essa è fondata unicamente sul racconto dell’ideologo franco Eginardo che afferma che sarebbe stato Leone III ad aver voluto di sua iniziativa incoronare un Carlo Magno piuttosto reticente. In realtà con questa cerimonia in cui la potenza del re franco fece violenza al Papa ortodosso Leone III, Carlo Magno voleva instaurare una nuova concezione della legittimità del potere. Il racconto di Eginardo che non osa addossare a Carlo Magno la responsabilità dell’avvenimento, prova al contrario che nel 9° secolo i barbari non erano riusciti a instaurare altra legittimità che quella del popolo romano.

Giovanni VIII (che la storiografia occidentale ha lasciato per molto tempo da parte, a causa della falsificazione delle fonti, ormai ammessa da tutti gli storici), fu un grande papa della Romanità, della statura di Leone Magno e di Gregorio Magno. Gerarca attento e prudente, fino alla morte dell’imperatore Ludwig II nell’875, seppe utilizzare il partito germanico, senza pur dare a esso un ruolo decisionale. Al momento però nel quale la minaccia germanica scomparve con la morte dell’imperatore, depose, scomunicò e anatematizzò i vescovi che avevano aggiunto il Filioque. Giovanni VIII scrisse una lettera a san Fozio nella quale condannava in termini velati, ma fermi, i germano–franchi e l’aggiunta del Filioque: “Noi li mettiamo dalla parte di Giuda, poiché essi hanno lacerato le membra del Cristo”. Il re Carlo il Grosso invase Roma e fece avvelenare Giovanni VIII che fu poi finito a colpi di scure.

Il pontificato di Giovanni VIII segna dunque un momento decisivo e mal conosciuto della storia dello "scisma", perché rappresenta l’ultima grande resistenza dei romani dell’antica Roma e dell’Occidente nei confronti della spinta germano-franca contro il trono ortodosso di Roma.

Il periodo che va dalla morte di Giovanni VIII all’inizio del secolo 9° è sistematicamente rappresentato in Occidente come un periodo di corruzione e di anarchia. I soli papi che trovano grazia agli occhi degli storici, sono quelli rivolti verso i regni sorti dai carolingi. In realtà questo periodo è presentato come un periodo particolarmente turbolento perché i romani dell’antica Roma conservavano un controllo relativo sulla loro Chiesa.

Il termine usurpazione è il più adeguato per descrivere la politica ecclesiastica dei Franchi e dei Germani. Le Crociate sono dei tentativi di rimpiazzare i vescovi ortodossi delle sedi orientali con dei vescovi latini, cioè Franchi.

[Si provi a leggere una qualsiasi pagina della Calabria bizantina come Storia dei romani (ortodossi) del Sud Italia: per esempio, il romano-ortodosso Elia di Enna è in ottimi rapporti col papa romano-ortodosso Stefano, ed è suo ospite di riguardo in Roma (885\91, con Stefano V, o con Stefano VI, ucciso nell’897 dopo pochi mesi di pontificato), mentre il suo omonimo e coevo Elia di Reggio, a Roma è visto come “forestiero” e rischia di essere ucciso: forse negli anni 858\872, dei pontificati di Nicola I e Adriano II ?]